 |
http:// www.vampzaga.com > new > Racconto.asp
§ Racconto: Sabrina Marchiori - L'inverno
INVERNO. "Eppure è così bello essere morti..." pensai fra me. "La solitudine è solo una delle mille facce dell'essere dannati per l'eternità". Sentivo ancora sapore di sangue nella mia bocca, che scendeva inesorabile nella mia gola, che riscaldava le mie membra di ghiaccio, che donava energia al mio corpo stanco. Le profonde acque del lago Rutland Water, in Inghilterra, nei pressi del quale mi trovavo, riflettevano quella luna che mi era stata compagna fedele in tutte quelle notti, per secoli, e le stelle, il cui intenso bagliore appariva così flebile in quell'epoca moderna, fatta di luci e caos, costituivano quegli amori che avevo ucciso senzà pietà, spinto da una desiderio più forte della passione, più determinato della mia stessa mente. Il vento portava con sè i rumori della città più vicina: macchine che correvano veloci sulla strada, voci di persone sconosciute che forse avrei incontrato in qualche vicolo buio, ricordi che riaffioravano lentamente. Ero rinato nel 1793, in un paesino di campagna presso Amiens, città nel nord della Francia, dopo una vita di stenti e duro lavoro nei campi. Rivangare il passato non serviva, non in quel momento. Avevo diciannove anni.
ESTATE. Il vento caldo, Re indiscusso di quella notte, entrava nella stanza del motel, mentre le tende si scostavano al suo passaggio. Mi accarezzava la pelle, quel vento, mi supplicava, di abbandonare il mio terribile scopo, di lasciare andare la donna che era distesa accanto a me. "Simon", il mio nome. I morbidi capelli biondi sparsi sul cuscino, il vestito leggero a coprire il suo giovane corpo, le mani protese ad accarezzarmi le guance, il petto nudo. Il Fuoco innamorato del Ghiaccio. Tutto in lei mi spingeva ad avvicinarmi sempre più, con maggiore violenza e desiderio. "Le donne" sussurrai. Poteva bastare. Mi chiani lentamente, non staccando gli occhi dai suoi, azzurri come il cielo d'estate, privo di nuvole, che non mi era concesso guardare da secoli. La bacia. Fu un ultimo, inteso bacio d'addio alla vita, una ricompensa per il suo essere stata facile e preziosa preda. Le mie labbra seguirono la linea del suo collo,e presto... quel corpo privo ormai di Respiro, di Calore, giacque immobile fra le mie braccia d'acciaio bollente. " Possa la Morte accoglierti nel suo abbraccio fatale, ma Chèrie ". Era mezzanotte, l'ora magica: Cenerentola, secoli addietro, perdeva la sua scarpetta per poi incontrare il principe della sua vita. Ogni tre notti dovevo nutrirmi fino ad uccidere la vittima: era un dovere, un fardello che talvolta diventava insopportabile. Abbandonai il motel, incurante degli sguardi a me rivolti: in fondo non esistevo, non ero nulla, solo un corpo vuoto a cui era stata concessa una seconda opportunità di "vivere". Continuai a camminare: nonostante l'amarezza della mia esistenza, niente poteva impedirmi di provare ancora l'entusiasmo e la curiosità di un bambino. I suoni della città mi spaventavano e allo stesso tempo catturavano nel loro vortice confuso. Le luci, nonostrante talvolta ferissero i miei occhi, mi sorprendevano e lasciavano ammaliato. Ma più di tutti... il semplice e lieve contatto con un essere umano mi elettrizzava, mi eccitava. Non avevo paura di essere toccato, non sfuggivo gli umani: erano in fondo creature affascinanti. Ach'io lo ero stato, ma le memorie di quella vita si erano affievolite con lo scorrere inesorabile del tempo. Continuai a camminare: presto mi ritrovai in un parco, circondato da palazzi moderni, affollato di giovani che trascorrevano insieme la serata. Chi, ubriaco, urlava senza alcun riguardo parole incomprensibili. Chi, drogato, guardava il mondo con uno sguardo vuoto, vago. Chi, semplicemente felice, chiacchierava del più e del meno, ignorando indifferente l'orrore di ciò che accadeva ad altri. Vite sprecate senza un motivo, senza una ragione valida. Mi sedetti su una panchina, sovrastato da una quercia secolare, desideroso di comprendere i "nuovi" esseri umani. Forse non mi importava particolarmente, ma tutta la mia non-vita aveva come unico scopo quello di trovare una fonte di distrazione, di divertimento. Il mio sguardo vagò fra quella folla confusa fino a soffermarsi su un gruppo di ragazze sedute ai bordi della fontana al centro del parco: la statua da cui uscivano i getti d'acqua raffigurava Poseidone, re dei mari, che fiero stringeva con la mano destra un tridente. Poiché il suo sguardo era rivolto verso di me, pensai che se fosse stato vivo mi avrebbe ordinato di non avvicinarmi. Risi del mio stesso pensiero: da quando avevo paura di una statua? Improvvissamente la mia attenzione venne catturata da una ragazza: lunghi capelli lisci, di un biondo cenere, venivano dolcemente cullati dal vento, occhi di un blu profondo, come abissi, erano rivolti al terreno. La pelle, pallida quasi quanto la mia, riplendeva nella flebile luce della luna, delicata al solo sfiorarla con lo sguardo. Mai avevo visto un essere umano così bello.
|
|
|
|