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§ Racconto: sabrina marchiori - L'inverno II
Mai avevo visto una ragazza umana tanto bella. Forse Rimasi seduto su quella panchina per minuti, forse secoli, attimi in cui i miei occhi avidi, splendenti nell'ombra della notte, bramavano la bellezza di quell'essere tanto fragile. Se ne stava seduta anche lei: ogni tanto rideva con le compagne, ogni tanto guardava il cielo, ogni tanto si passava una mano fra i capelli sciolti, e con sguardo vago guardava intorno a se, quasi si fosse rinchiusa in un mondo tutto suo e osservasse cose che soltanto lei era in grado di vedere. Indossava una cannottiera blu, dalle spalline strette, jeans neri e ballerine di vernice dello stesso colore. Infine, una piccola croce d'argento al collo. "Una croce..." pensai distratto. Da quanto tempo non ne vedevo una...Ormai, nell'XXI secolo, a nessuno importava della religione, e pochi erano quelli convinti dell'esistenza di un "DIO al di sopra". Al di sopra di cosa, poi? Del cielo? Dell'universo oppure delle nostre teste? Se fossi stato Io, quel Dio, avrei distrutto il mondo già molto tempo fa. Ritornai a Lucy: avevo scoperto il suo nome ascoltando silenzioso le conversazioni delle ragazze. Gli argomenti? Ah... giovani dell'altro sesso, alcool, discoteche, tatuaggi. La loro intera esistenza sembrava evolversi, dipendere, da quelle che erano pure sciocchezze, cose irrilevanti per un vampiro di 214 anni, fondamentali per ragazze che ne dovevano avere, sì e no, solo 17. Anche se con superficialità e poco interesse, osservai le altre componenti di quel piccolo gruppo: in tutto, compresa Lucy, erano cinque. "Rafael" Una delle due ragazze in piedi (le altre tre erano sedute), piuttosto alta, aveva una corpo magro, ma muscoloso e ben definito, messo in risalto da un vestito nero che le lasciava la schiena scoperta e di lunghezza le arrivava poco sopra le ginocchia. Dal fare simpatico, forse presuntuoso, sembrava controllare la conversazione. La paragonai ad un leone eccentrico...Risi del mio stesso pensiero: da quando ero così indulgente? Forse un gattino dal pelo arruffato le si addiceva di più. Poi... "Andrea", l'altra ragazza in piedi, sembrava più grande rispetto alle altre. Capelli corti, castani, dal fare di chi non crede che l'apparenza sia tutto, indossava un paio di jeans scuri e una maglietta a mezze maniche viola, piuttosto larga. In compenso, aveva un numero indefinito di piercing. "Angelina", la giovane seduta in parte a Lucy, era invece più piccola rispetto alle altre: sembrava una bambola di porcellana, nonostrante la pelle chiara e il trucco pesante. I capelli erano lunghi e neri, mentre gli occhi dello stesso colore trasmettevano una vivacità e perspicacia incredibili. Indossava anche lei un vestito, solo bianco, e aveva un piccolo tatuaggio sul polso. Infine, "Annie": ragazza dalla corporatura robusta, aveva un fare timido, ma ascoltava curiosa tutto ciò che le altre dicevano. Lucy. Era ancora immersa nei suoi pensieri quando ritornai a guardarla: era così dannatamente bella, così impossibile da comprendere, così speciale ai miei occhi. Era un'attrazione diversa, quella. Molte volte avevo provato desiderio verso donne umane, una passione incontenibile, fino a perdere coscienza del mondo intorno a me: c'era soltanto quell'essere fragile e l'odore del suo sangue, la morbidezza del suo corpo. Lucy. Sentivo di volerle stare al fianco, di volerla proteggere. Non volevo ucciderla... Notai distratto che nel frattempo le ragazze si erano accorte di me. Ogni tanto giravano lo sguardo per osservarmi e ascoltai divertito le loro frasi sussurate. Pensavano davvero che non le sentissi? Risi. Una notte piena di novità, quella. Un "Ma che ragazzo sexy... oddio, che carino!", mezzo urlato, mezzo sussurrato. Un "Chissà perché è tutto solo...avrà la fidanzata?". Un "Vado: gli chiedo il numero di telefono". Tutte idiozie: peccato che me ne sentissi soddisfatto e in qualche modo "lusingato"...forse. Lucy era l'unica che non smetteva di guardarmi. Aveva uno sguardo freddo, distaccato, determinato, profondo... uno sguardo che poteva farmi impazzire seduta stante, in quel preciso momento. Il mio cuore fremette. Da quanto tempo era diventato di Ghiaccio, acciaio nel mi petto, e ora... Quel mio cuore malato, dannato per l'eternità, si era mosso. Avrei voluto prendere quella ragazza e portarla via con me, avrei voluto possederla e renderla mia, avrei voluto... "Lucy! Non guardarlo male! Tu e i ragazzi siete distanti anni luce, ma potresti lasciare in pace almeno questo?" Sbuffò. Almeno io non ero un "ragazzo": sarei potuto andarle bene. Era ora di andarmene. Non potevo rimanere lì ancora a lungo: dovevo dimenticare Lucy, il suo profumo appena accennato, il sapore della sua pelle, agogniato in quegli attimi di follia, il suo ricordo. Se non mi fossi allontanato non sarei riuscito a staccarmene mai più...sarei diventato la sua ombra, il suo incubo. Era l'una e mezza di notte. Lucy si era stancata di parlare, anche solo di stare in compagnia con le altre, i cui pensieri erano esclusivamente rivolti al mondo maschile e alle stronzate più colossali che avesse mai sentito. Non aveva fretelli o sorelle, aveva due genitori entrambi avvocati che se ne fregavano di lei e della sua vita e viveva da sola, 365 giorni all'anno, in un attico di un palazzo moderno di una sperduta città in Inghilterra, Corby. Per tutti, solo "La Città". Rafael, Angelina, Annie e Andrea le stavano simpatiche: erano le amiche di sempre, quelle con cui aveva frequentato le elementari, le medie, e adesso il liceo. Erano l'unico motivo per cui continuava a vivere lì, a soffrire a causa di una famiglia inesistente, di un'adolescenza "sfigata". Avesse potuto se ne sarebbe andata a Londra, a Parigi, a Roma: voleva viaggiare e basta, Voleva fotografare mille posti diversi, Voleva conoscere il mondo al di fuori, ai suoi occhi così lontano e straordinariamente impossibile da credere. Avrebbe voluto... Nella Città non c'erano posti "divertenti", posti in cui lei, ragazza considerata strana e dal brutto carattere, avrebbe potuto sentirsi davvero a "casa": era solo un luogo in cui sopravvivere, continuare una vita che non aveva alcun senso. Le persone avevano tutte una routin da rispettare: lavoro, casa, famiglia, bollette, impegni. Non c'era tempo per altro. Almeno, Non per Vivere. Nonostante tutto era...serena. Sopportava. Ogni giorno si allenava alla box e faceva yoga: poteva sembrare stupido, ma era l'unico mezzo col quale poteva sfogare tutta la rabbia repressa, tutta l'insoddisfazione e la tristezza. Così, si diceva, poteva diventare più forte, più determinata, più coraggiosa. E di ciò nessuno dubitava: in molti erano a conoscere il suo hobby di sfidare i ragazzi per batterli. Fino a quel momento era stata in un certo modo fortunata. Li odiava, i ragazzi. Pensava che la loro stupidità fosse contagiosa, che non valesse la pena "soffrire" per loro, soprattutto all'età di 17 anni. Certo, anche lei aveva avuto ragazzi che le piacevano, solo raramente. Una volta salutate tutte le amiche, si avviò per il vicolo che era solita percorrere per tornare a casa quando un rumore attirò la sua attenzione: qualcosa si era mosso. Meno male che non aveva messo i tacchi, quella sera: se avesse dovuto scappare non ci sarebbe riuscita. In effetti, quel vicolo era in qualche modo conosciuto per essere un postaccio. Era piuttosto stretto, occupato dai bidoni dell'immondizia, non rischiarato da alcuna luce, se non quella delle strade vicine. Se Lucy lo percorreva era per fare prima, forse anche perché noncurante dei pericoli. Un altro rumore, questa volta più forte del primo. Forse, era meglio tornare indietro. Uno boato: un bidone dell'immondizia di ferro arrugginito era caduto a terra, mentre tutto il suo contenuto, da bucce di arancia a sacchetti di plastica, si sparsero per terra.Quando Lucy tornò a guardare, vide un gatto randagio che la squadrava con occhi luminosi nella notte. Un gatto. Un semplice gatto. Il suo cuore tornò a battere ad una velocità normale. "Micio Micio, vieni qui..." C'era ancora qualcosa... qualcosa di strano. Il silenzio divenne insopportabile: non riusciva più a sentire il rumore di macchine che correvano veloci sull'asfalto, non sentiva voci di persone che parlavano. Tutto era diventato Troppo silenzioso, come se lei e quel vicolo, insieme a quel gatto randagio, fossero stati rinchiusi in una bolla di vetro, in un mondo diverso. Il sesto senso le diceva di andarsene alla svelta, di abbandonare quel gatto e scappare, ma il suo corpo era come bloccato. Si vedeva avvicinarsi all'animale, tentando di convincerlo che lei, ragazza umana, non costituita un pericolo. Qualcosa, Qualcuno le afferrò all'improvviso il braccio, facendola girare. La sorpresa fu così forte che chiuse di scatto gli occhi per poi riaprirli e osservare due fessure luminose nell'oscurità che la scrutavano, vicinissime. Ma non erano fessure, quelle, erano due occhi minacciosi, ed era un uomo quello che aveva di fronte. Un uomo dai capelli grigi, dalla corporatura robusta e da una forza incredibile: le stava stritolando il braccio. "Bella bambolina... Posso pagarti se vuoi". Rise delle sue stesse parole, il respiro pesante, il viso sempre più vicino a quello di Lucy. Non sapeva se essere arrabbiata o terrorizzata: i pensieri correvano furiosi, analizzando le diverse possibilità di fuga, ma tutto, in quell'istante, sembrava impossibile, quasi ridicolo. "Tesoro, andiamo, non fare al timida!" La strattonò con forza, rischiando di farla cadere a terra. E sarebbe caduta malamente, se lui non l'avesse tenuta per il braccio, stringendolo in una morsa ancora più stretta e dolorosa. Gemette di dolore e lui rise della sua stessa sofferenza. "oh, sei una difficile... Rispndi o no?!" un'altra risata. Adesso Lucy aveva paura. "Non ti preoccupare, mi piaci. Lo farò durare poco... anzi, ti farò provare un piacere indimenticabile! Dopo, forse, ti lascerò vivere con me. Si vedrà". "Sono un vampiro, piccola" Spalancò la bocca a mostrare canini affilati: sembravano fatti d'argento puro, lame nella carne. Erano bellissimi. Lucy non sapeva se urlare, se tentare di liberarsi e fuggire, se reagire in qualche modo, forse usando la forza. Così rimaneva immobile, ferma, non riuscendo a staccare gli occhi sgranati dal terrore dal viso di quell'uomo, uomo o vampiro che fosse, non riuscendo ancora a credere alla situazione paradossale che stava vivendo. Un vampiro. Sentì in un punto del collo la pelle che si squarciava. Urlò, quando sentì la stretta sul braccio che si allentava, la mano dell'essere che si staccava: quel contatto gelido svaniva. Gelido, sì: solo in quel momento se ne era accorta. Perse coscienza di se per qualche istante e quando il suo cuore parve tornare a battere si rese conto che quell'essere era sparito, come un soffio di vento. Le gambe le cedettero e lei si ritrovò a fissare la fine del vicolo vuoto. Il gatto se n'era andato.
"Che cosa ho fatto?" pensai fra me, osservando il fuoco del falò che avevo appena acceso. Fuoco che aveva bruciato le carni putride di un vampiro immondo. L'avevo salvata, quella Lucy. Non avevo resistito all'impulso di seguirla, di starle vicino. Mai avevo odorato sangue più squisito: in quegli istanti avrei voluto essere il vento che la accarezzava dolcemente, che le sfiorava i capelli sciolti, avrei voluto essere la terra su cui camminava, avrei voluto essere quella luna tanto amata, solo per pterla osservare sempre, notte e giorno, in segreto. Patetico. Troppo tempo era passato da che avevo avuto simili pensieri. 214 anni fa. - Nel 1793. Ricordi confusi di una vita fatta di dolore, di insoddisfazione. Ero un ragazzo avido, forse timido. La solitudine era la mia sola amica: tutta la mia famiglia era morta a causa di un mordo che tre estati prima aveva colpito il villaggio. I contadini rimanevano chiusi nelle loro case per paura del contagio, i campi non venivano coltivati, il cibo scarseggiava. Io fui l'unico a sopravvivere. Avevo quattro fratelli e una sorellina. Non rammentavo i loro nomi. Ero instancabile, ma non lavoravo per piacere di farlo, solo per sopravvivere. Ero un ragazzo senza anima, senza conoscenza, senza amore. Capelli neri e occhi grigi, pelle pallida, magro e alto: caratteristiche di me che si sono conservate intatte per due secoli. Una notte di luna camminavo solo per le vie del villaggio. Era l'unico momento in cui potevo stare da solo senza avere gli occhi di tutti puntati su di me, poiché in molti erano coloro che mi odiavano, ritenendomi responsabile dell'epidemia che aveva ucciso e rovinato la loro vita. Ero il Demonio. Intrapresi il sentiero che portava al laghetto senza nome, il mio rifugio segreto. La luna splendente, così come le stelle, sue dame di compagnia in un cielo infinito, vegliavano sul mio cammino, mentre il vento cullava le foglie d'estate, abbracciandole in una ninna nanna senza tempo. Tutto era quieto, calmo, addormentato. Ad un tratto, a spezzare quel silenzio magico, arrivò una risata femminile, accompangata dalla voce soave di uomo. Intravidi le loro figure avvicinarsi al punto in cui mi trovavo e poiché non volevo essere scoperto mi nascosi dietro ai cespugli più vicini, incurante dei rami che mi strappavano la stoffa, ferendomi la pelle. Attesi accucciato, spostando la mia attenzione sull'udito, tentando di capire a che vicinanza fossero. Improvvisamente la donna emise un urlo soffocato, e tutto tacque all'improvviso. Non comprendevo: cos'era successo? Il battito del mio cuore divenne assordante al mio udito. Pregai di non essere scoperto. Ancora Silenzio. Fu forse la mano di un uomo ad afferrarmi per il collo e a sbattermi contro un albero vicino. Tutto troppo Veloce. Avvertii nuovamente il mio corpo solo qualche attimo dopo l'impatto, dolorante, rendendomi conto che quel mostro mi stava soffocando. I miei piedi non toccavano terra: cercai di divincolarmi, di salvarmi la vita, di liberarmi dalla sua presa sovraumana. Tutto fu inutile. "Je te veux seulement pour moi, mon petit Dèmon" Furono quelle le uniche parole del mostro che compresi prima che tutto diventasse buio. In quell'attimo fu come essere cullati nell'oblio più profondo, come se il Ghiaccio mi stringesse in un abbraccio di morte, quasi fossi stato un amante ritrovato. Mi svegliai. Una nuova forza correva per le mie vene, un desiderio di qualcosa finora sconosciuto, una fame che non riuscivo a placare. Lenzuola morbide di seta ad avvolgere il mio corpo nudo, mentre un profumo intenso aleggiava in quella stanza sconosciuta, lasciandomi ancora più storidito e confuso. Ricordi confusi. Non sapevo quanto tempo fosse passato da quella notte... che notte? non rammentavo. Il canto di una risata. Chi? Memorie cancellate, sprazzi di azioni compiute, tocco di mani leggere ad accarezzarmi la pelle. Mani di velluto, pari a quelle di un angelo...il mio Creatore, il mio Signore. Qualcosa in me era cambiato. Ero Vampiro. Passò il Tempo, non saprei dire quanto, ed infine mi abituai davvero alla mia non-vita, lontano dal sole e dagli occhi degli esseri umani il cui unico scopo era quello di nutrire la mia sete. Imparai le arti della Conoscenza e del Combattimento, tutto grazie al mio Maestro e Signore, che avevo scoperto essere Sir David Welcind, il Conte le cui terre avevo lavorato da vivo. Padrone nella Vita ed anche nella Morte. Mi amò, il mio Signore, quasi fossi stato un cucciolo bisognoso di protezione. Fu il primo in grado di far aprire il mio Cuore che, seppur dannato, conosceva ancora i Sentimenti. "Presto li dimenticherai" mi disse una volta "Li dimenticherai come tutta la tua misera vita da mortale." Fu forse il fatto che io non fui in grado di Amarlo davvero la causa della nostra separazione a un secolo dalla mia rinascita. Volevo trovare qualcuno in grado di amare e da cui essere amato, senza riserve o condizioni. Volevo essere libero dal suo controllo. Lui comprese, come aveva sempre fatto, e mi donò Ville Arianne, casa dei nostri ricordi più belli, sulle rive del lago Rutland. A lui non sarebbe servita, così mi disse, se non a risvegliare la solitudine di una morte dannata; almeno, in quel modo, avrebbe sempre saputo dove trovarmi.-
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