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§ Racconto: Helenia Russu - Onora il padre e la madre
ONORA IL PADRE E LA MADRE
Passo il tempo a compilare liste d’ogni genere sul finire di quest’estate.
- lista della spesa - lista dei buoni propositi per l’autunno imminente - lista dei miei errori passati - lista dei miei pregi e i miei difetti - lista degli amici di cui fidarsi e di quelli di cui diffidare - lista delle canzoni preferite - lista dei film migliori degli ultimi 20 anni - lista dei peggiori uomini della storia mondiale.
Direi che mi annoio parecchio. In città non è rimasto nessuno che faccia parte della lista degli amici fidati. Un paio di quelli da cui girare a largo stanno buttati sulla panchina sotto casa, ma non sono ancora così disperato! Preferisco starmene a morire di caldo in casa. Il ventilatore gira lento e svogliato come me. Mi trascino indolente da una stanza all’altra. Non riesco a stare sdraiato sul divano perché il caldo del tessuto mi manda in sbattimento dopo mezz’ora. Guardare la televisione in piedi o seduto sulla sedia mi provoca mal di schiena e non danno nulla di interessante per cui valga la pena soffrire. Ascolto i miei dischi. Tento di leggere ma dopo poco mi addormento. Passo in realtà buoni tre quarti della giornata in quello stato di sonno letargico tipico delle giornate afose di fine agosto. Il quarto che resta lo dedico appunto alla sterile compilazione delle liste. Così sono giunto alla lista delle 5 cose che mai farò per nessun motivo al mondo ma che tanto mi tentano, per assurdo:
1. scoparmi la ragazza del mio migliore amico, per incolparla poi di avermi sedotto contro la mia volontà in stato d’ebbrezza e farla passare per una puttana 2. dare fuoco alla macchina di quello stronzo del mio vicino di casa e lasciare sul posto prove inconfutabili della colpevolezza di quel gruppetto di ragazzini tossici che girano nel quartiere 3. scippare le vecchie della pensione fuori dall’ufficio postale e voltato l’angolo accorrere in loro aiuto fingendomi un fottuto boy scout 4. andare in giro nudo e col cazzo dritto a spaventare chiunque mi capiti a tiro 5. uccidere mio padre.
Uccidere mio padre è stato uno dei miei sogni segreti fin dall’infanzia. Fantasticavo sui metodi più folli e crudeli per farlo fuori. Quel bastardo di mio padre. Mi ha odiato dal primo giorno che ha saputo che sarei venuto al mondo. Fosse stato per lui non sarei mai nato, ma amava troppo mia madre per contravvenire alla sua decisione e lei amava troppo me per permettergli di farmi del male. Preservarmi dall’essere lo scarto di un aborto non mi salvò comunque dall’essere vittima sacrificale della perfidia di quell’uomo. Fin da piccolo mi ha trattato come un demente, un errore della natura. Si sentiva frustrato dal non poter dire a tutti che non ero normale, che ero una specie di ritardato mentale. Mi avrebbe picchiato volentieri a sangue svariate volte ma non poteva farlo. Non davanti a mia madre. Mi pestava con le parole, la sua arma migliore, non lasciavano lividi sulla pelle ma solo ferite invisibili nell’animo e nel mio amor proprio. Il rispettabilissimo professore tra le mura domestiche si trasformava nel mio personale demonio. Il mio peggior nemico. Mi costringeva a bere e mangiare nella ciotola come un cane quando mia madre non c’era. Davanti a lei non si azzardava a toccarmi né ad insultarmi. Semplicemente si limitava ad ignorarmi e già solo questo la faceva soffrire. Credo che sarebbe morta di crepacuore se avesse soltanto lontanamente voluto immaginare le cattiverie a cui mi sottoponeva. Non ho mai capito cosa ci trovasse in quel viscido subdolo e meschino omuncolo che aveva sposato. Eppure lei lo amava e non lo avrebbe mai lasciato. Me ne dovetti fare una ragione la prima volta che tentai di ribellarmi alle angherie del demone. Mia madre era a lavoro, eravamo soli in casa io e lui. Avrò avuto sette anni e l’ingenuità o forse il desiderio di compiacerlo mi spinsero a chiedere il suo aiuto per i compiti a casa. D’altra parte era un professore di matematica e credetti di accattivarmelo facendomi vedere interessato alla sua materia e desideroso di imparare. Grave errore. Mi ricoprì dei soliti insulti e mi costrinse a rispondere a brucia pelo ad una serie di operazioni a raffica. Ogni errore era uno sputo in faccia. Ovviamente andai nel pallone subito e mi ritrovai imbrattato della sua saliva nel giro di dieci minuti. A lui però non bastava mortificarmi, gli piaceva umiliarmi fino all’estremo. Continuò così per un’ora buona. Gli sputi si mischiarono alle mie lacrime ma non mostrò la minima pietà, anzi ne godeva il porco. Poi realizzò che mia madre sarebbe rincasata di lì a poco e mi accompagnò a calci in culo in bagno a ripulirmi. Il vile non lasciava segni visibili della sua malvagità. Dopo ogni tortura mi costringeva al silenzio minacciando di entrare nella mia stanza nel cuore della notte per soffocarmi nel sonno col cuscino. Non ho mai dormito tranquillo finchè ho abitato in quella casa. Sempre con il terrore di quella minaccia. I bambini subiscono le intimidazioni degli adulti in modo totale, non riescono a discernere il vero dal bluff. Io non so se mio padre avrebbe davvero messo in atto il suo gesto nefasto se io avessi rivelato la sua reale natura, ma sicuramente non dubitai mai che ne sarebbe stato capace e con quella consapevolezza tacqui per sempre. Solo quella volta tentai di far capire a mamma che tutte le notti le dormiva accanto uno spirito maligno. Non mi fece neanche iniziare a parlare con la scusa di doversi sbrigare a preparare la cena. Odiai anche lei da allora per quel suo non voler vedere e iniziai ad edificare la mia fortezza. Dentro la mia roccaforte privata c’ero solo io. Nessuno avrebbe potuto valicarla. Potevano colpirmi, insultarmi, violentarmi ma tra il mondo e il mio io ci sarebbe stato sempre quel muro a proteggermi. A sedici anni decisi che era giunto il tempo della rivalsa. Il giogo era spezzato e la bestia assetata di vendetta. Lo feci senza pensarci troppo, appena mi si presentò l’occasione buona. Dormiva il verro nella canicola agostana in una giornata come questa. In casa solo io e lui. Fu semplice. Fu bello. Il cuscino sulla sua bocca, posizionato in modo da lasciarmi guardare i suoi occhi atterriti nell’istante in cui si accorse che stava per soffocare per mano della sua vittima. Mi esalto ancora nel risentire nelle orecchie quel mugolio soffocato di terrore misto a rabbia impotente. Devo trovare un altro punto 5 alla lista delle cose che mai farò per nessun motivo al mondo.
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