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§ Racconto: Camilla Zanon - L'ultimo viaggio
L’ultimo viaggio
Aveva dei muscoli forti sulle spalle, larghe e rocciose. Delle braccia lunghe, robuste, ma non grosse: eleganti, come le mani del resto. Bianche e curate, all’inizio mi erano sembrate persino delicate. Gli occhi verdi, chiari, guizzanti, rapidi a spostarsi prima che il mio sguardo potesse fissarli, prima che potessi anche solo formulare la domanda “cosa pensi?” nel mio cervello. La fronte alta, senza una linea, senza un corrugamento, mai. Era sempre apparentemente imperturbabile, mi sorrideva spesso, con gentilezza e cortesia, senza farmi pensare nemmeno per un attimo che avesse delle attenzioni particolari per me: era così calmo e disponibile con tutti… eppure non dava minimamente l’idea di essere buono, di essere uno a cui si potessero chiedere favori sciocchi, uno che si potesse anche solo tentare di sfruttare. No, lui era una persona cui era dovuto del rispetto. D’altra parte, ero certa che tutto quello che lo guidava nel comportarsi, nei miei confronti, fosse il rispetto per me… In quella settimana mi resi conto che mi trovavo bene con lui. Non parlavamo molto, di noi mai. Quando occorreva ci scambiavamo informazioni utili, con calma e precisione. Raramente avevamo scherzato, mai se soli. In quelle occasioni eravamo soliti restare in silenzio, senza tuttavia che l’usuale imbarazzo arrivasse a tendere i miei nervi. Con lui il silenzio era accogliente, non dovevo fingere, in nessun modo. Potevo pensare come avrei fatto se fossi stata sola, pur non essendolo, perché lui era affianco a me, perso a sua volta in altre riflessioni personali. Se mi avesse detto quali esse fossero, l’avrei ascoltato con interesse, ma non sentivo alcuna curiosità di sapere cosa pensasse: erano cose sue, come le mie mi appartenevano. Se mai mi avesse interpellata, non sapevo come avrei reagito. Qualcosa si sarebbe spezzato, probabilmente, nell’equilibrio unico che avevo con lui. Per questo, non chiese nulla, e mi lasciò affondare nella mia quiete. Gli ero grata di ciò: nessuno che conoscevo ne era capace.
Non era un amico, non era nulla più che un buon conoscente, qualcuno di piacevole con cui avevo diviso una settimana. Era silenzioso e schivo, per nulla curioso. Non aveva dimostrato alcun interesse nei miei confronti, non facendomi alcuna domanda personale, nemmeno quando avrebbe potuto rischiare di farlo, quando eravamo lontani dagli altri. Non lo avevo mai scorto a guardarmi di nascosto, di sottecchi, come a volte mi era capitato in passato con ragazzi timidi – gli unici che non facevano domande, per non averne il coraggio, e che tuttavia in questo modo sapevano imbarazzarmi ugualmente, se non con più disagio. Quando parlavamo, lui mi guardava, attraverso i suoi occhi verdi, pacifici; mi guardava come si guarda un fiume, o un paesaggio: era uno sguardo completo, sereno, senza angosce, senza fretta, senza alcun intento di ulteriore comprensione. Era uno sguardo carezzevole, diverso perfino da quello degli uomini che in passato avevo pur trovato affascinanti, da quegli uomini che mi guardavano negli occhi come se volessero estrarci cose che nemmeno io sapevo di nascondere, che volevano per forza strapparmi una confessione. I suoi occhi mi guardavano diversamente, scorrendo su di me, come le onde del lago scorrono sulle pietre della riva, lavandole, senza intaccarle. Non volevano arpionarsi nei miei, rubarmi qualcosa ad ogni costo.
Forse anche per questo, la sera in cui me ne andai dal luogo dove avevo passato l’ultima settimana, lo feci senza pensare, come se fosse naturale - un mio dovere allontanarmi. Non fu una fuga, non fui presa dal dispiacere, dai dubbi, da nulla. Dovevo partire, e partii. Salutai chi era in casa all’ora del mio commiato, ma non mi pareva di essermi persa qualcosa di importante per il fatto di non aspettare gli assenti prima di andarmene, per il fatto di non dire addio a tutti. Sapevano che in che ora sarei andata via. Non mi sfiorò neppure l’idea che chi si era assentato mi avesse fatto un torto, né pensai di far io una scortesia nel lasciare il luogo senza salutare ognuno di persona. Lui non c’era, quando me ne andai. Lo notai, ma non fu né un bene, né un male. La consapevolezza che l’ultima volta che l’avevo visto era stata l’ultima - per molto tempo, se non per sempre - e che allora non lo sapevo non mi turbò affatto. Era accaduto così anche con altri. Era un fatto passato. Partii senza fretta, senza ritardo, come avevo deciso, senza intenzione di tornare - almeno per allora.
Senza cercare un perché, fu durante il viaggio che mi chiesi come avrei potuto classificarlo. Non era un amico, non si diventa miei amici in una settimana, io non era amica sua, non avevamo quasi mai parlato; non era nulla più che un buon conoscente, qualcuno di cui avrei ricordato solo dei dettagli, probabilmente. In qualche modo sapevo che il suo ricordo era uno di quelli che si fissano nella mia memoria con pochi tratti; magari me ne sarei sempre ricordata vedendo una vena sul braccio di un altro uomo simile al suo, magari mi sarebbe rimasto il ricordo degli occhi, magari del colore dei capelli (avevano una tinta strana, né bionda né castana, che mi ricordava il grano)... Mi accadeva così con tante persone, a volte anche con gente con cui avevo diviso poco, o mai scambiato una parola: compagni di scuola incrociati nei corridoi, utenti della mia stessa linea del treno. Ed era buffo come potessi conservare dettagli di tali personaggi, e allo stesso tempo dimenticare del tutto l’aspetto di chi mi aveva accompagnato ogni giorno, per anni interi – insegnanti, compagni di classe, vicini di casa… Sì, era stato un buon conoscente, che si sarebbe presto trasformato in nulla, col tempo, senza che avessimo modo di rivederci. Del resto, non avevo idea di tornare nel luogo che stavo abbandonando, né ero stata invitata a farlo.
Il viaggio continuò noioso per alcune ore, verso la mia nuova meta, a sud. Ero sola, e sorrisi nel pensare come mi piacesse questa condizione. Stare sola. Avevo in qualche modo sofferto spesso, anni prima, a causa della necessità delle persone di non stare sole. Capitava che mi cercassero, per nulla, solamente per non soffrire la solitudine – capitava con le mie “amiche” all’università, nella mia città, con varie persone. In quei casi ero riluttante ad accettare quegli inviti di compagnia, ma non sapevo come declinarli senza mentire o senza sembrare scortese, e finivo sempre per accettare le ore di disagio, di finzione, le ore di chiacchiere inutili, parlate senza orecchie ad ascoltare, le conversazioni sulle mode e i fatti quotidiani di alcun rilievo. Anni e anni di queste pratiche mi avevano resa sterile alla maggior parte delle conversazioni: avevo adottato un modello di discorso che mi mortificava terribilmente, ormai ripetevo le frasi d’uso, fatte da altri, masticate da chiunque parlasse senza cognizione di causa. Dicevo cose che non pensavo affatto, mi basavo su dati che sapevo essere sbagliati, perché sapevo che così la mia conversazione con la maggior parte dei miei “accompagnati” sarebbe scorsa via senza intoppi, senza che si stupissero o iniziassero a correggermi con le loro dottrine. Sapevo cosa si aspettavano, come dovevo condurre la prassi. Era un binario fisso, con pochi snodi, facile da seguire, sempre uguale a se stesso. Le rare volte che, presa dalla noia e dalla fiducia, tentavo discorsi diversi, più profondi, mi trovavo a dire parole che non potevano essere comprese – a parlare con chi era privo perfino della base minima utile ad un ragionamento pertinente all’argomento, o con chi dimostrava fin dall’inizio di non aver voglia di ascoltare determinati discorsi. Odiavo dire cose per me ovvie, e sentirmi chiedere “cosa intendi? Spiegati meglio?”, oppure “e cioè? E cioè?” fino all’appiattimento totale dei concetti. In quei casi l’imbarazzo mi tramortiva, mi rendevo conto che non avrei mai dovuto iniziare un confronto del genere, mi assaliva l’idea dell’incomunicabilità e tacevo senza rimedio. Sapevo che sarei stata presa per una squilibrata, bene o male. O, peggio, che le mie parole sarebbero cadute nel vuoto o completamente fraintese. Odiavo quest’idea. Imparai a dire quello che ognuno si aspettava, a costo di parere scialba, di deludere. Nell’ultimo periodo, avevo imparato anche a convivere con il continuo disagio, la sensazione di essere fuori posto: avevo imparato a tacere qualora non sapessi che dire, e a sorridere. Vedevo allora lo stupore degli occhi dei miei interlocutori, che mi sorridevano di rimando, probabilmente domandandosi perché non parlassi, poi chiedendosi freneticamente cosa avrebbero potuto dire... i più coriacei, dopo un attimo, attaccavano un nuovo discorso più banale del primo, e si congratulavano internamente per aver saputo gestire il disonore del restare zitti; altri più frequentemente abbassavano gli occhi, svestivano la risposta al mio sorriso e giravano sui tacchi, pronti a ri-sfoggiare il loro più brillante approccio verso chiunque altro si rendesse loquace. Ripensando a queste cose, ero lieta di godere della mia cara solitudine. In quel momento del viaggio, però, non ero solo contenta di essere sola… non era tutto lì: c’era un’altra sensazione attorno a me. Era lieve, ed io non sapevo cosa fosse.
Quando arrivai a destinazione, era molto tardi. Raggiunsi il mio letto, e mi ci distesi, le braccia lungo i fianchi e la mani incrociate sul petto, per sentire che ero tutta lì, per non perdermi in pezzi. Ero meno serena, in qualche modo. La stanchezza mi addormentò subito.
Il vento aveva soffiato tutta la notte, l’avevo sentito, nel sonno. L’alba era spazzata dall’aria e chiara. Mi alzai, e mi sentii di nuovo tranquilla. Ero io come sempre, e non c’era nulla fuori dal mio controllo. Nulla eccetto quella punta di “qualcosa” che avevo sentito la sera prima, arrivando in paese. Non faceva male, non faceva nulla, ma non sapevo identificarla e per questo non mi faceva sentire perfetta. Non sapevo se avrei fatto meglio a studiare la mia sensazione per risolvere il dubbio che essa portava con sé, o se così facendo l’avrei solo ingigantita. Comunque dovevo continuare il mio viaggio a sud, e decisi che potevo facilmente ignorare il nuovo tarlo, per ora. Speravo di venirne naturalmente a capo, o che svanisse. Durante tutta la giornata e finché non venne sera, evitai abilmente il pensiero: avevo viaggiato a lungo, senza fermate, e c’era sempre stato qualcos’altro su cui concentrare l’attenzione. Di nuovo, stanca, trovai una stanza e un letto su cui buttarmi, immobile. Il sonno era in ritardo, o combattuto dal vento, sempre forte la notte. Dovetti ascoltarlo parecchio prima di dormire.
La mattina dopo il piccolo tarlo aveva eroso il mio riposo: ero ancora un po’ stanca, e non era da me - almeno non dopo una notte intera di sonno. Raccogliendo le mie cose dal pavimento, mi accorsi che i miei gesti erano nervosi, veloci e tesi. Rimasi impietrita: da quanto non mi succedeva di avere un comportamento del genere senza un motivo? Non aveva senso. A me spaventano le cose senza senso, è sempre stato così. Per questo ero solita pensare tanto: per trovare un senso, per non avere paura di nulla. Con il tempo e l’esperienza, avevo trovato che pochissime cose non hanno senso, e avevo arginato in questo modo quasi tutte le mie vecchie paure. Avevo trovato la mia tranquillità, il mio stato di grazia. Anche per questo avevo bisogno di silenzio. Il silenzio era un corollario importantissimo, per me. Ma qui il problema ero io. Ero agitata per qualcosa che non sapevo cosa fosse, e da più di 24 ore me lo trascinavo dietro rifiutandomi di cercare una spiegazione. Non era da me, non era il modo di fare. Lo sapevo bene. Avevo sbagliato a ignorare la mia insidiosa sensazione: andava analizzata e rimossa. O aggiunta all’inconoscibile, e temuta. Il dualismo era chiaro e semplice. Mi mossi facendo attenzione a controllare i miei movimenti, per non dar seguito ai miei errori d’istinto. Raccolsi tutto, e ripartii verso il meridione. Dovevo costringermi a pensare.
Il viaggio aveva l’aspetto di un monotono deserto. Ripercorsi mentalmente il mio tempo a partire dallo spuntare del tarlo. Ero sempre stata sola e c’era ben poco di altro da me da prendere in considerazione: solo io e le mie reazioni. Da quando avevo deciso di ignorare il piccolo tarlo, mi aveva punta la paura dell’ignoto che esso rappresentava, più che il tarlo stesso. Il mio punto interrogativo andava spostato ancor più indietro nel tempo, quindi, andava indagato il primissimo momento in cui la pulce di questa sensazione era sorta… Immersa in questi meandri di pensieri, più che nel mio viaggio reale, trascorsi delle ore, e molta polvere sulla strada mi si accumulò addosso. Avevo gioito della mia solitudine, e lì avevo avvertito la presenza di qualcos’altro. Cos’era? Come mi ero sentita? Nello sforzo per reincarnarmi nella me di due sere prima, mi chiesi se non potesse essere stato come un senso di vuoto, ad assalirmi lentamente… Ero appena stata felice di essere sola, e soffrivo il senso di vuoto: poteva essere? Aveva un senso, tutto ciò? Non l’avrei detto, eppure non solo non riuscivo a identificare la mia sensazione in niente altro, ma man mano passavano le ore sentivo la mia elucubrazione diventare certezza. Fuori c’era sempre più polvere, mi inoltravo sempre più a sud. Ma stavo soprattutto riguadagnando la mia calma, da poco perduta. Dunque, dovevo aver scovato la mia pulce, e con precisione niente male. Nuova, lo era per forza. Mi sarebbe venuto da ridere, se fossi anche riuscita a risolvere la contraddizione: felice di stare da sola, e sofferente per il vuoto. Ma sentivo che l’idea poteva non essere così ridicola come appariva. Continuai a viaggiare veloce, la mia fronte aggrottata ingombra di guai.
Senso di vuoto… perché vuoto, vuoto da cosa? Era stato lento o improvviso l’insinuarsi di questa sensazione? E prima, dove ora sentivo vuoto, cosa poteva esserci stato? Da anni avevo iniziato a vivere in questo modo, come una naufraga, da un luogo all’altro, nomade. E sola. Non avevo mai avuto compagni di viaggio, non avevo mai rimpianto la mia vecchia famiglia, i miei vecchi amici - quelli di quando ero “stanziale”, avevo una casa, una città, un centro. Sapevo con innata sicurezza che non potevano essere loro a mancarmi, ad aver creato quel vuoto: non avevano mai costituito nulla per me, di conseguenza, una volta spariti dalla mia vita, non potevano aver lasciato un vuoto. Allo stesso modo, dubitavo che coloro presso cui mi ero fermata nel mio girovagare potessero avermi giocato uno scherzo simile: non mi ero mai permessa di rimanere più di tanto in qualche luogo. Del resto, farlo non avrebbe avuto senso. Mi fermavo per riposare, per mangiare. Per visitare qualche posto che mi incuriosiva, o per tornare a vedere i paesaggi che più mi avevano colpita. Non rimanevo dove avrei potuto - sia dove c’era gente che avrebbe potuto volermi con sé sia dove non viveva nessuno – per paura di mettere radici, di ricadere in quello da cui ero fuggita. Per paura dei legami indesiderati, che difficilmente ero in grado di scoraggiare senza pena, o senza provocare disastri. Mentre continuavo a pensare, scese il sole dietro l’orizzonte piatto, e poi le ombre. Nessuna risposta, ancora. Non scovavo nessun senso nel mio modo di sentirmi. Nessun motivo reale. Nessuna città, nemmeno. La mia meta di quel giorno non era in vista – dovevo aver tenuto una velocità meno sostenuta del previsto, assorbita com’ero stata nell’infruttuoso ragionare… era evidente che avrei dovuto proseguire fino al paese previsto. Ancora nessuna risposta… vuoto da cosa? E poi, maledizione!, non solo era una sensazione contraddittoria, ma si ostinava a restare del tutto oscura…
Sospirai, chiudendo gli occhi. Di colpo un desiderio si affacciò alla mia mente, come uno sparo, un colpo di frusta, un lampo verde. …Verde, verde come i suoi occhi! Mi fermai immediatamente, col sangue gelido, impietrita. Sentii che volevo vederlo, vedere il suo viso, lo sguardo e i capelli di grano sugli occhi. Ecco il mio vuoto personale! Ecco la pulce mordi-sonno, l’agitazione di quella che era diventata una fuga inconsapevole. La mia fuga inconsapevole? La fuga dalla paura delle radici? Paura del mio desiderio celato di volermi fermare in un luogo? Eppure mi mancava qualcosa, mi mancava una presenza, quella presenza. La notte era scesa, calata col vento impaziente. Il prossimo paese non ancora in vista, ma forse non lontano. L’ultimo lasciato ore ed ore prima, nella polvere. Ferma nel deserto, mi guardai intorno. Invertii la direzione, e tornai indietro.
Corsi senza tregua tutta la notte, e il giorno seguente. Sfrecciavo attraverso l’aria come solo avevo fatto quando ero rinata in questa condizione, quando avevo lasciato la mia vecchia vita e la mia vecchia città. Allora era stato un incubo, che non ho mai smesso di ricordare: mi ero sentita potente, eccitata, ma non sapevo controllare la mia nuova forza, non conoscevo la legge del mio istinto… ero preda di una natura sconosciuta, la mia. Questo mi portò ad agire come una pazza posseduta per diversi giorni, forse settimane… avevo terrore di fare qualsiasi incontro. Non sapendo chi fossi, non riuscivo a sopportare nessuno attorno a me: come avrei dovuto comportarmi? Qual era il mio senso? Ero stata una furibonda preda dell’ignoto, fino a che non ero riuscita a decifrarmi, e mi ero ricomposta una vita, iniziando a viaggiare. Ma non era come allora: sfrecciando verso nord, questa volta sapevo esattamente dove stavo andando e perché. Il motivo era limpido nella mia mente, scolpito gelosamente, dal momento in cui mi era apparso chiaro come l’oggetto del mio desiderio. Improvvisamente era tutto comprensibilissimo, sensato. Lui mi era stato tanto indifferente durante la mia permanenza in quel luogo, solo perché all’istante mi ero sentita come avevo sempre cercato di essere. Tutte le sensazioni in cui avevo sempre cercato di vivere - e che riuscivo a procurarmi solo fuggendo da tutto, avvolgendomi di solitudine - lui me le aveva permesse anche in assenza di solitudine. Affianco a lui, in quei sette giorni, avevo avuto la mia vita senza privarmi di ogni presenza: avevo avuto la mia vita, ma non ero più stata sola. Ero con lui. E lui era il vuoto sentito dopo poche ore, poi amplificato dalla distanza, dallo scorrere del tempo. Ero stata anni e anni senza credere di poter trovare una persona così. Anni e anni senza speranza, senza uno scopo: anni e anni di sopravvivenza, di ricordi, a galleggiare nella pozza dell’antica memoria umana, e a riflettere sul senso di cose che non mi apparterranno mai più. La vita, la morte, l’universo, un Dio… Anni in cui credevo non avrebbe mai avuto di nuovo senso correre così, verso una destinazione precisa. Ma perché correvo così a perdifiato, senza respirare? Perché avevo deciso che non mi sarei fermata a dormire in alcun luogo? Cosa sarebbe cambiato se mi fossi permessa di tornare un giorno dopo? Nessuno mi aspettava; perché correvo? Anche questo mi era chiaro: correvo perché ora il mio nuovo desiderio era essere con lui, essere completa, dal momento che potevo. Stando lontana, avvertivo solo un senso di frammentazione, di assurdo: ero solo una parte. Io che ero sempre stato “il tutto”, perfetta con me stessa. La mia visione dell’universo era mutata in una notte. Improvvisamente la dannazione e l’eternità potevano forse essere meno pesanti – erano pensieri assurdi, i miei. In qualche modo, non mi chiesi mai cosa avrebbe detto lui. Del resto, non mi sarei presentata con una proposta, e dunque non c’era alcun rifiuto da temere. La mia unica volontà era vivere dove viveva lui. Sarebbe bastato non dire nulla, domandare al patriarca di Tuckson il permesso di stabilirmi - sapevo mi sarebbe stato sufficiente condurre la vita come in quella settimana, avrei anche potuto non parlare tutto il resto dell’eternità con lui. Comunque, non vedevo come avrei potuto infastidirlo più di quanto non avessi fatto nei giorni passati: il mio comportamento non sarebbe mutato. Era così semplice, così facile: nessun concetto astratto da mettere in campo, niente amore, niente fedeltà, nessuno dei crismi che tiranneggiavano la vecchia vita. Solo la regola del Nosferatu. Non potevo ritardare l’avverarsi del desiderio, correvo perché rivederlo era la mia urgenza.
La quarta notte da quando avevo lasciato il “nostro” posto arrivai a Tuckson. C’era un odore nell’aria fredda, a mettermi in all’erta. La notte era fonda, senza luci; tra le case non c’era un’anima in movimento. Ciò nonostante, attraversando il paese, rallentai. Avevo fame, e questo non era consigliabile, mi esponeva agli attacchi del mio istinto. Tuttavia, avevo sopportato altre volte simili stati e ciò che volevo ora era arrivare nella radura del bosco dove si ergeva la casa in cui mi ero fatta ospitare. Dove viveva lui. Mi inoltrai nel bosco a passi rapidi, agili. Non avrei fatto alcun rumore. Non sapevo perché ma forse poteva essercene bisogno. Il mio fiuto percepì odore di sangue, portato dalla bava di vento gelido, nel sottobosco. Man mano mi avvicinavo, la scia si faceva ragionevolmente acre. Era sangue nero, molto denso, amaro. Sangue di una creatura non del tutto uccisa… di una creatura, anzi, ancora viva, in grado di combattere. Seguivo la scia, senza volerlo. Mi dirigevo alla radura, ma seguivo la scia. Ad un certo punto, capii che la concentrazione per non ascoltare il sangue e non perdere la mia strada era superflua: la scia veniva esattamente dalla radura. Serrai la mascella, domandandomi cosa potesse essere. Un animale che non muore così facilmente, un avversario temibile… per chi? Un dubbio mi precipitò in capo, come un colpo di fucile: se fosse lui, a fronteggiare il proprietario della scia? Al pensiero un rantolo sorse dalla mia gola, un ringhio basso e vibrante. La mia rabbia tradotta in un fremito d’ira. Potevo rincorrere il sangue in pochi secondi, scagliarmi sul corpo e distruggerlo, lacerarlo, renderlo irriconoscibile. Potevo uccidere in men che non si dicesse. Potevo sciogliere la mia sete e il mio istinto di cacciatrice, senza freni, nel portare con me la morte. Evitai di respirare: l’odore del sangue mi dava alla testa, facendomi eccitare troppo. Non era affar mio introdurmi nel combattimento o nella caccia di altri. “Non è educazione”, pensai, mentre un ghigno mi disegnò una curva amara sul volto. Scossi il capo. Comunque, una cosa era innegabile, ormai: chiunque fosse, aveva ingaggiato una battaglia cruenta e nient’affatto facile da gestire. Avvicinandomi sempre meno circospetta, percepii ringhi e forti scontri… nonostante il mio autocontrollo, fui sopraffatta dall’impossibilità di avere una certezza prima di raggiungere il luogo della lotta, e ripresi a correre nel bosco.
Il mio presentimento che lui stesse combattendo aspramente era insolitamente angosciante; io ero del tutto impreparata a preoccuparmi per l’incolumità altrui. Percorrendo le ultime centinaia di metri che mi separavano dalla radura, mi calò un incontrollato annebbiamento sugli occhi. Nella mia testa pulsava una richiesta “Vedilo!”, ed una seconda, per me incomprensibile: “aiutalo!”.
La notte era una mano di pece nel bosco. Alla fine degli alberi, nessuna luna ad illuminare la scena. I miei occhi lo videro muoversi rapidissimo, e in atteggiamento di grande concentrazione. Lui combatteva selvaggiamente con un mannaro, ferito in più punti e vacillante. La bestia era di grande taglia, con occhi iniettati di furore e morte – la sua, scorsi. Non era solo: altri tre esemplari, più piccoli, ringhiavano feroci lungo il limitare dello spiazzo, puntando gli occhi su un altro vampiro della casa, uno di coloro che erano stati presenti alla mia partenza. Il loro scontro, del tutto secondario, non era iniziato: scrutandosi nervosamente, aspettavano l’esito del primo. La morte del grande mannaro, o del suo avversario. Io sapevo che non poteva morire che il mannaro. Sapevo che se le cose si fossero messe male, per chiunque dei miei, non sarei rimasta impassibile. Ma il mio sangue morto era già in ebollizione, alla vista della forza del mannaro sfogata con tanta inaudita violenza contro colui per cui ero corsa qui per giorni e notti… una forza a stento controllabile. La vista di lui mi aveva provocato diverse reazioni, e mi scuoteva in qualche sconosciuto modo. Mi ero placata, senza dubbio, perché il mio primario desiderio –vederlo – era spento; tuttavia, nello stesso tempo, mi sentivo invasa dall’ira, dallo scorno, e da un’orrenda fame. Mi sforzai di bloccar il mio corpo al limitare della foresta, senza un respiro, seguendolo con il solo sguardo. Lui si spostava con grande rapidità, colpendo sempre dove si era prefisso, veloce e profondo. Era furioso e combatteva lanciando rìnghi spaventosi, ruggendo ai colpi che a sua volta subiva, davanti alla cieca furia del mannaro, il quale, rabbioso e obnubilato, era ancora potentissimo. Vidi i suoi capelli sporchi ricadere sparsi sulla fronte e sugli occhi, il petto nudo scosso da fremiti dettati dall’istinto del cacciatore, lo sguardo fisso sul nemico, pieno di odio - lo sguardo del fato inesorabile, dell’assassino. Il mannaro, invece, era sempre più immerso nel suo sangue. Dopo poco, ricadde nella pozza densa e catramata sgorgante dalle ferite, mentre la foresta nera beveva il ruggito di vittoria del vampiro. A quella vista, risfoderai il mio ghigno malvagio, e mi scagliai su due dei restanti mannari, mentre il terzo vampiro faceva altrettanto sull’ultima bestia. Bevvi il loro sangue con gioia: era caldo, forte, e tanto. Pochi secondi dopo, i cadaveri giacevano ammucchiati e quasi irriconoscibilmente smembrati. Il nostro compagno vampiro aveva mozzato la vena giugulare al suo mannaro, ma se n’era andato lasciandone il corpo senza vita intatto. Gettai uno sguardo contrariato all’animale sgozzato, ma i miei nervi si distesero non appena udii la sua voce. “Il suo unico interesse era difendere il territorio, la nostra casa”. Mi voltai, e io e lui ci guardammo. Era il suo primo sguardo per me, dall’ultima volta che avevamo condiviso del silenzio, prima che partissi. Mi sorrise, gentile come il primo giorno, ma i suoi occhi erano seri, fissi nei miei. Si avvicinò a me, senza toccarmi. Era più alto, più grande di una spanna, ma meno selvaggio al mio confronto. Continuò a guardarmi, come il lago con la pietra, come se non fossimo in un cimitero di cadaveri, come se la mia bocca non grondasse sangue scuro. Io non sorrisi di rimando, solo lo guardai. Ero grata che non fosse ferito, che non fosse morto, lui sapeva perché ero tornata, e perché lo guardavo così… Sembrava grato a sua volta. Mi disse solo “rimani”. Del resto, non per altro ero lì.
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